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CUGINANZA

Le domeniche lunghissime, i vassoi di pastarelle fresche- “mamma prendine di più al cioccolato! - i pranzi dalle portate interminabili, l’odore di ragù appena aperta la porta, quei profumi inebrianti di tagliatelle da svenire e poi i baci, gli abbracci e i saluti chiassosi e quel ritrovarsi sempre uguali , sempre irrimediabilmente gli stessi, l’infanzia e poi le trasformazioni dell’adolescenza e poi ancora oltre…
Come avvenga che fratelli di madri e padri generino questa razza, non si sa.
Una specie di fratellanza ma con una certa distanza, una maggiore obiettività, e poi quel riconoscersi di ognuno nel suo genere, come se ognuno completasse un “puzzle” familiare, una tesserina messa lì al posto giusto, che proprio quella ci voleva, per completare il quadro…

Quelle domeniche, ricordo, da zia Antonietta, una casa microscopica che riusciva a contenere questa banda sgangherata e ci si entrava tutti, le partite di calcio, i commenti alla Tv , ed erano domeniche interminabili quelle, un tempo dilatato all’infinito , domeniche senza tempo che il giorno dopo dovevi andare a scuola, ma non avevi fretta che finisse e in effetti non finiva mai quello stare insieme senza fare nulla, se non un gran chiasso, che ci si chiede cosa urlavamo , a chi gridavamo e perché poi, in quei pochi metri quadri, che era impossibile non sentirsi…
Noi cugini eravamo lì, immersi in quella rassicurante familiare parentela e ancora adesso, dopo anni in cui uno si è sposato due volte, l’altro ha messo al mondo una caterva di figli, l’altro è partito e ha fatto fortuna altrove, chi si tiene stretta la sua libertà, chi mette in scena i suoi sogni, ci ritroviamo sempre uguali, nonostante tutte le metamorfosi possibili ,perennemente ragazzi , dopo anni , lo vedi che nulla è cambiato, la “cuginanza” è rimasta lì, intatta, non è stata scalfita dal tempo, dal lavoro e dai figli, non si è consumata, una specie di eternità l’avvolge che al di là dei dolori, delle perdite, delle fatiche che ognuno si porta della sua vita, ci riporta sempre a quell’inizio in cui eravamo incoscienti, ed eravamo innocenti della vita, baldanzosi o fiduciosi che la vita era proprio quello stare insieme così tra torte di compleanno, pasticcini, vassoi colmi di tazzine di caffè e i commenti animati sul derby ….. quelle domeniche condivise forse ci hanno segnato, un imprinting indelebile che ci accomuna nello shock di nonni e genitori tanto pazzi che forse sono loro gli artefici veri di questa “cuginanza”, forse a loro dobbiamo un amore interminabile che collega l’innocenza al disincanto, la loro infanzia alla nostra , in un atavico intreccio, un imperdibile racconto.

QUANDO NON SI SCRIVE....SI VIVE!


...e si raccoglie materiale per scrivere.....e così via.

C'E' UN FALCHETTO CHE MI SEGUE


C’è un falchetto che mi segue. In luoghi diversi , perfino in città, lo vedo librarsi nel suo volo statico, mentre sbatte le sue ali velocemente, in stand-by, con il suo volo inconfondibile. Da un bel po’ di tempo mi imbatto nel suo volo. Ogni volta sembra dirmi qualcosa , come un messaggio portato dall’alto, un messaggio Superiore, da un’altra Dimensione. Un giorno ne ho visto uno, morto sull’asfalto, e mi sembrò veramente una cosa stranissima, dolorosa. Mi sono chiesta il perchè, cosa volesse dirmi. Perchè io, perchè mi succede? Ma questa facilità con cui mi imbatto in un essere che non sembra tanto comune nei nostri cieli e tantomeno nelle nostre città affollate, mi fa sentire di essere come la fruitrice di un singolare privilegio, di una attenzione particolare.
Il suo volo è inconfondibile. Rimane sospeso in un fermo immobile, battendo velocemente le ali e puntando in basso . Senza cercarlo il mio sguardo cade dove c’è lui. E ogni volta mi regala un incoraggiamento, mi da il suo benvenuto se arrivo in un luogo oppure un saluto quando parto. Come se mi dicesse che sono sulla buona strada, che la direzione è giusta, oppure un ammonimento a prestare attenzione, ad allargare la visione, puntando fermamente l'obiettivo.
Oggi addirittura era su un cartello stradale ed è volato in alto al passaggio della mia auto. Sembrava aspettarmi facendomi strada, come un galante scudiero. Che sensazione, che stupore ogni volta!
E’ come dire: la Natura esiste anche se la ignoriamo e pensiamo di essercene affrancati. Ne facciamo parte, siamo un tutt'uno con Lei, non possiamo ignorarla. Se prestiamo attenzione non siamo mai soli. Essa ci osserva , ci parla continuamente, ci invia messaggi. Io lo so che non può essere solo una coincidenza. Ci deve essere un senso se io il falco lo vedo e chi sta con me no . Ognuno di noi ha il suo messaggio, portato da un'Anima, dal Divino, ed è un messaggio individuale e universale allo stesso tempo.
Chi lo coglie ha una ricchezza in più. Si relaziona con l'Immenso. Co stupore e meraviglia si accorge della bellezza del Creato.

L’AMBIVALENZA DELLA MEMORIA



Stranezza del ricordo.

Esso ci appartiene e definisce la nostra identità.

Sulla base del ricordo noi prendiamo i riferimenti fondamentali del nostro Io, ma i ricordi sono anche un bagaglio della mente, in fondo un qualcosa che non c’è più e non si sa mai bene se ci sia stato nei termini in cui noi crediamo. Questo filtraggio del ricordo ci fa selezionare le immagini, le sensazioni e scartarne altre, magari meno nobili, meno piacevoli, meno gratificanti.
Scavare nel ricordo è un bel lavoro, soprattutto scavare nelle emozioni che abbiamo rimosso.

Scopro che ce ne sono molte, specie quando si dice:”Non mi ricordo”.

Qui vige una specie di vigliaccheria a posteriori, una fuga meschina che però ci fa anche dimenticare parti intere di noi. Sono, è vero, “non ricordi” ma altresì deformanti, vuoti che però ci hanno forgiato e chissà dove sono andati a riempire.

Il nostro sguardo è importante,proprio come quando cerchi un oggetto, apri il cassetto e l’oggetto è lì, proprio lì dove è sempre stato. E tu non lo vedi.
Se potessi modificare i miei ricordi, proprio come sostituire un “software” interno, mi chiedo , cosa sarei?
E in fondo il ricordo, non è proprio un bel “software” che mi sono costruita nel tempo, tra realtà e fantasia?
Mi vengono in mente coloro che hanno una amnesia totale e non sanno più niente di sé.
Non sarebbe oltre ad una terribile perdita di identità, anche una magnifica opportunità di liberazione di un Sé veramente autentico?

Mi viene in mente un libro che ho letto tempo fa.

Si intitola”Liberarsi dal conosciuto” di Krishnamurti.

Mi sa che lo vado a rileggere.

IL MASCHIO ENIGMATICO




Chi è, cosa pensi e soprattutto cosa “senta”, nessuno lo sa. Cosa giri nei percorsi straordinari della sua psiche, in quali tempi viva e in quali spazi, è impossibile dirlo.
Sempre più per me è un mistero.
Perché perdere tempo a studiare gli alieni?

ELOGIO DELLA SEMPLICITA'




Essere noi stessi, così come siamo,
senza pensare né al prima né al dopo
privati del “mai” e avulsi dal “sempre”
fermi in un eterno presente
in movimento.

HEARTS ON FIRE


Il Fuoco della passione dovrebbe incendiare la nostra Anima sempre. Tutto ciò che facciamo dovrebbe essere impregnato di questa energia d’Amore, mentre spesso la esprimiamo solo ed esclusivamente nella fase dell’Innamoramento.
Innamoriamoci della Vita, degli amici, degli animali, dei nostri interessi, proprio allo stesso modo in cui ci “ammaliamo” d’Amore del nostro partner.
E’ una energia potentissima che trasforma la realtà.

DAVANTI ALLO SPECCHIO


Cosa vediamo davanti allo specchio?
La nostra immagine, certo. Ma essa, pirandellianamente, com'è in realtà, non la conosciamo. Essa è frutto, e non potrebbe essere altro, di quello che ne pensiamo, ma anche di quello che ne pensano gli altri.
Schermata dal filtro della mente, essa, evidentemente, mente.
Non è mai quello che sembra essere. E' sempre qualcosa di più, o spesso qualcosa di meno di quello che potrebbe. Eppure con il passare del tempo, più lo specchio mi rimanda un' immagine lontana dai canoni della "giovinezza", più conto rughe e vedo cedimenti sparsi qua e là, e più mi sento libera. Libera di essere quella che sono.
Inevitabilmente diventa "bellezza", quello che ritorna , che non è quella che si vede con gli occhi, ma quella dell'emozione di vedersi, di essere lì, riflessa.
Di esistere.

DEVIAZIONI


Quotidiani gesti, rituali ripetuti eppure la vaghezza mi prende. Quello sfiorare la realtà senza calpestarla mai sul serio, con l’ironia di chi non crede tanto di essere lì, ma non sa neanche dove si trova davvero. Allora realtà e sogno si fondono in una treccia di inconsistenza.
Incontrare, parlare, scherzare, in questo ufficio oppure altrove, il lavoro, le amiche…eh sì, ma non riesco tanto a stare lì. E’ come sdoppiarsi o forse no, il fatto è che sto cercando altro, non posso fermarmi in questa paludata realtà. La mente o qualcos’altro in me cerca incessantemente parole, pensieri, un significato in ogni cosa, travalica le pareti di questo moderno edificio già vetusto e sconquassato, contatta idee e forse nel profondo cerca risposte, formula domande impossibili, protesa tra passato e futuro.
La gatta dell’ufficio mi attende miagolante e paurosa. Ha una fame da tigre così magra. Protendo la ciotola e intanto il sole mi acceca e potrei essere a Tunisi o chissà dove, starei così beatamente in faccia al cielo.
Ecco, in questo preciso momento, vorrei vedere auto, lavoro, cappotti, telefono e valige e tutti gli oggetti del nostro piccolo mondo in assenza di gravità, veleggianti in alto come tanti aquiloni al vento , incantata e divertita li guarderei salire al cielo, come palloncini. E immagino un mondo alla rovescia dove tutto perde peso e gli oggetti si staccano da terra, lasciandoci vuoti, senza peso, essenziali, ma leggeri.
Osservo intorno e non mi sento come tanti appaiono, intrecciati alla realtà delle piccole cose, persi in particolari che mi sembrano insignificanti. Discussioni accese su piccole, (a me sembrano) veramente troppo piccole questioni. Ma forse (penso) sono io che non vado, la realtà è anche quella delle piccole cose e forse questo distacco nasconde una presunzione, un peccato di orgoglio non tanto gratificante in fondo.
Ma, penso anche, alzare le vele e prendere il mare è troppo bello, oppure mettere le ali e volare in alto è fantastico e se aderisco poco a questo mondo in fondo ne sono contenta, mi piace, nonostante tanti momenti da disadattata cronica.
Disadattamento più sociale che naturale, perché mi inebrio invece dei profumi della primavera, della vista di papaveri e ginestre, finanche sui cigli scombinati delle strade urbane.
E una margherita vicino ad una cartaccia , simbolo della nostra becera incuranza cittadina fa sempre la sua bella figura, divino piccolo bagliore, tramite indiscusso tra me e l’eternità.

DA QUI ALL'ETERNITA'


TUTTO CIO' CHE RIUSCIAMO A TRASFORMARE, NON MUORE.

COME UNA MUSICA CHE SI DISSOLVE


Sono stata rapita da questa storia, la seconda che leggo, di Maxence Fermine.
E’ una vera storia, un vero racconto.
Come una musica, più che leggerla, si ascolta. Forse ci vorrebbe qualcuno che ce la racconti, come proveniente da una voce fuori campo e che ci lasci così, attoniti, allo stesso modo di una melodia che ci rapisce e da cui non possiamo tornare indietro. Come l’opera che Johannaes Karelsky vuole comporre, che nel momento in cui viene terminata, dopo trentun anni, non sarà alla fine nè udita né cantata . Sembra che tutto si faccia e poi si dissolva, come Venezia che impazza nel suo carnevale , fra maschere, follie, danzatori e commedianti e poi decade irrimediabilmente, allo stesso modo di Erasmus quando riesce a realizzare il suo folle progetto: la costruzione di un violino nero come gli occhi e i capelli, la voce e il corpo di Carla, la sua Musa, la sua Dea veneziana, irraggiungibile e inafferrabile. La Donna diventa non solo ispiratrice ma lei stessa "è" musica. Una musica sublime per cui si resta stregati e alla quale si rimane irrimediabilmente e per sempre incatenati.
Ma proprio quando il violino viene finalmente realizzato, la Dea viene portata via da un male misterioso, come se il violino stesso le avesse tolto l’anima. Tutto sparisce e rimangono le immagini irreali di un sogno, una musica di cui risuonano solo le vibrazioni dentro il cuore.

Non sopravvive nulla di questa storia: né il violino, né Carla, né Erasmus , né l’opera di Johannes, né Johannes . E’ una storia che si sgretola nel suo stesso svolgersi, come Venezia sotto l'acqua alta, una musica che si dissolve dopo aver vibrato solo per un breve attimo.
Perché l’opera vera è quella che si vive, dentro di noi. Tutto ciò che è fuori svanisce irrimediabilmente non appena prende vita.
Viene da chiedersi se ciò che esprimiamo non muoia, secondo l’autore, nel momento esatto in cui viene portato “fuori” di noi e se ciò non sia la fonte del nostro esistenziale dolore.
Ma noi rimarremo in ascolto di questa storia ancora per molto, facendoci rapire, portare via , come un vento che ci solleva in alto, e poi vertiginosamente ci fa cadere giù e toccare terra, per tutte le infinite volte che la ascolteremo.

Come quelle favole che da bambini non ci stanchiamo mai di sentirci raccontare di nuovo dall’inizio. E di cui non accettiamo che venga modificata una sola parola.
Come una partitura di cui non possiamo variare una sola nota.
Una nota struggente di violino.

Maxence Fermine – Il violino nero – 2001 Bompiani

IL BIANCO DI MAXENCE


Abbacinata rimango dalle parole di questo libro, come uscita da un mondo ovattato, sospeso e incantato.
Non è un racconto ma un sogno o una leggenda. Non scorre, ma ci rende veramente “funamboli” come se lo attraversassimo in un equilibrio sottile. Il bianco ferma il tempo, e ci restituisce candida semplicità, lentezza e soprattutto essenzialità.
L’assenza di colore è essenza, mai mancanza. Nessuno dei personaggi è distratto dalla propria vocazione, portando a compimento il proprio destino. E quei paesaggi leggendari li ritroviamo dentro di noi, incontaminati, rimandano la nostra fanciulla purezza, quella “neve” che fiocca nella nostra Anima, resistendo ai colori del tempo e dell’età.
Ci insegna l’assoluto, a noi così relativi e cangianti, così troppo indulgenti, così cedevoli e fragili.

Maxence Fermine - “NEVE”

L'ISOLA CHE NON C'E'


Se solo riuscissimo a comprendere che tutto ciò che ci accade, tutti coloro che incontriamo e che sono importanti nella nostra vita,
non solo non sono esterni a noi, ma, a mano a mano che saliamo un gradino della nostra evoluzione diventano parte di noi, inglobati nel nostro essere , come un nutrimento che ci fa crescere ed andare avanti;
se solo riuscissimo a trovare quello che incontriamo e che viviamo fuori di noi, proprio lì, dentro di noi, lì dove in realtà sono,
avremmo risorse infinite disponibili e ci sentiremmo finalmente invasi di una incantevole e sublime completezza.
Non ci vorrebbe altro che volare, allorquando ne avessimo la necessità,
anzi sorvolare ,
quell’Isola nemmeno troppo lontana, immaginifica, illogica e sospesa
nel mare delle nostre emozioni, dove sgorgavano risate e stupiti incantamenti
e brividi di inaspettata sorpresa.
L’Isola che non c’è, così velata dalla nebbia del nostro disconoscimento.
E se solo arrivassimo finalmente a capire, nel profondo più profondo, che essa è frutto di tutto quello che nella nostra vita, di bello e di brutto, ci ha fatto diventare quello che siamo, allora niente per noi avrebbe mai fine, nessuna mancanza potrebbe diminuire o privare il nostro desiderio di Vita e di Amore.
Ricchi saremmo in ogni caso. Avremmo un tetto, un abbraccio, conforto e coraggio,
libertà e potere ,
scalderemmo la Vita con il fuoco della nostra passione
completi e senza fatica, emozionati senza dolore,
verseremmo si , per gli altri , luce e gioia.
Per questo siamo i nostri avi, nostra madre e nostro padre, siamo casa e calore, siamo emozioni e passione, siamo maestri e allievi, natura e spirito, il piccolo e il grande, istinto e ragione tutti personaggi vivi dentro di noi e che ci gridano, a volte invano, la loro esistenza.
Quanta forza abbiamo e non vediamo, quanta ricchezza! Eppur continuando a sentirci poveri elemosiniamo e ci affidiamo ad un potere altrui che niente può darci di più di quella magnifica verità che brilla dentro di noi.
Noi vediamo Caos, laddove prendono vita stelle danzanti e non vediamo approdo laddove un’Isola magnifica ci spalanca le sue ricchezze, i suoi bagliori. Eppure è nostra, è vera, dobbiamo solo trovare il coraggio di vederla. E’ l’Isola …..che c’è.

GRAZIE AI MIEI GENITORI, ANZI AI MIEI ANTENATI…..


Da Voi ho avuto la vita e tutti quei frammenti fatti di storie , di giochi d’infanzia, di personaggi raccontati , di cui immagino i volti , alcuni dei quali perfino ricordo appena i contorni….
Immagino il vociare per le scale di palazzi antichi , le strade, le salite, i prati ancora là, senza cemento, con i papaveri, le fontanelle, i giardini con la siepe profumata , i cancelli, i muretti……..
Frammenti di cui ho vissuto per racconti, ormai quasi leggende, personaggi da favola, ognuno con la propria stranezza, sembrava quasi di visitare un mondo a parte eppure mi sembra che ero già là anch’io, già presente a quelle birichinate ingenue, agli aneddoti di un paese in guerra, dal carrettino delle carrube al gioco…come si chiamava quel gioco, .forse “nizza”?

Grazie a te nonno, avo mai conosciuto, circondato da un aura che ancora adesso incute rispetto, sempre è trapelata dai tuoi figli una severa bonarietà, un senso del dovere di altri tempi , un timore reverenziale di quel “babbo” di cui immagino avrei amato quegli occhi neri profondi, quello sguardo che chissà come si sarebbe posato su di me…. so che ci saremmo amati se avessimo potuto..

Grazie a tutti i miei antenati e alle loro scelte obbligate, dolorose, ai loro viaggi ed esili, alle incuranze di un tempo che non guardava tanto per il sottile , perché necessità superiori incombevano e i piccoli destini si intrecciavano con la grande storia, ma proprio quelle scelte ora mi fanno essere qui, in questo tempo e portatrice, dentro, di tutti questi frammenti, di tutte queste esistenze fatte di scelte impellenti, eppure per tanti tratti gioiose, di quella spensieratezza , di quella ingenuità che auspicherei, oggi, per noi , che proviene dal poco da spartire e dal tanto da sognare…

Grazie a queste due famiglie che si sono intrecciate e confuse dietro ai destini dei miei genitori e di cui ho vissuto la pienezza di un unico grande pazzo clan, un pò circense, rocambolesco e poetico, ma di cui mi strugge dentro una tenerezza infinita….

Grazie a coloro a cui non ho potuto mai dare voce piena, che non ho mai potuto conoscere , perché tanto indietro in un tempo che non ne ha potuto fissare i volti né i nomi. Ma so che sono sbriciolati dentro di me in tante schegge anonime e sparse, a cui non so dare provenienza né origine, ma è sicuramente vero che da tutti loro provengo, ed io loro onoro da lontano in questi scampoli di anno vecchio , questa fila di avi che immagino alle mie spalle, prima bambini e poi adulti e poi nei loro intrecci d’amore , di progenie e di morti…e che adesso forse vegliano, svegliandosi, dentro di me.

Grazie a quelli che non sono potuti nascere e coloro che appena nati ci hanno lasciato, vi amo tutti e a voi tutti riconosco un posto in questa tribù scombinata.
Non mi avete lasciato mai, ora lo so. Per questo ora vi guardo tutti , una grande fotografia di gruppo, uno per uno . Per sentirvi finalmente tutti miei, per sentirmi, amorevolmente, vostra.

DELLA PENNA E DEL FOGLIO

Davanti a me un foglio bianco.

Ecco che già in un balzo
La penna diventa un ago
e srotola dalla sua cruna un filo.

Da dove venga questo ghirigoro
Che salta, s’impenna, sprofonda, si inarca
e si torce in
circonvolute impensate,
geroglifici selvaggi come cavalli imbizzarriti,
onde discontinue del mare,
non so.
E’ una enigmatica creatura
Alchemica pozione
Generatasi da un vuoto apparente e momentaneo
dell’anima
che si riversa sul mio foglio
e lo riempie
lo trapunta
di ricami
disorganizzati
e macchie imprevedibili.

Arte impulsiva è quella di chi scrive
sebbene della mente si serva
e di un cuore sottomesso
appartato
distante abbastanza
tremante
davanti al mistero
e alla leggenda
della Vita.

QUELLO CHE DI NOI NON MUORE

Rimane inalterato, dentro di te.

Mai ti ha scalfito quel tempo che sembra trascorso, ma che in realtà è stato sempre lì , fermo, osservando i tuoi cambiamenti, ben sapendo che tu rimani tu e basta, col tuo modo d’amare, col tuo modo di rifiutare e di sognare la Vita.

Scorri, ma inevitabilmente rimani , al di là delle tue morti e delle tue rinascite, dei tuoi inizi e dei tuoi addii.

Rimani , con suprema incoerenza, lo stesso di allora, lo stesso di sempre, liberando semmai qualcosa di te in più, strappato da qualche inaspettato evento, alla tua Anima, ora più sottile.

LA SOLITUDINE APPARENTE

Una indefinibile irrequietezza …. ancora adesso talvolta mi prende.

Momenti di completa estraneità, un quasi “esilio”, sentirsi costantemente “fuori posto”. Ricordo periodi di invisibilità, senso di inadeguatezza, voglia di fuggire.

Quando tutto sembra ostacolarti, un baluardo insormontabile ti separa sempre di più dal resto del mondo, e ti impedisce di socializzare serenamente. Cerchi di capire, cerchi un senso, significati, i perché : ma cosa diavolo dovrei essere ?

Questa ricerca per molto tempo è convulsa, non riesco a portarla avanti con leggerezza; mi rendo conto che mi muovo a fatica, con impaccio. Tutto sembra complicato, non riesco a scivolare lieve, ad accarezzare la Vita.
Non so cosa voglio veramente e non so nemmeno come dovrebbe essere questa esistenza per sembrarmi accettabile, vera, intonata. Sensata.
Eppure non mi manca nulla.

Ci sono stati momenti di resa totale.

Non è una cosa da cui puoi tornare indietro tanto facilmente la Vita: recedere è tanto impegnativo quanto viverla.
Cerchi perciò gusci in cui proteggerti, la serenità in una vita “normale”.

Poi all’improvviso non ne puoi fare a meno e ti trovi in un tale buio….
La sensazione è inaspettata, perché in quella grande paura, in quel vortice, in quelle lacrime, provi anche sollievo, chissà… una specie di leggerezza dell’Anima.
Cerchi solo di liberarti da ciò che non ti rappresenta.
Ognuno poi reagisce secondo la propria storia.
Alcuni decidono di mettersi “in viaggio” e di sfidare il silenzio.

Chissà perchè il cammino verso la semplicità passa attraverso percorsi tortuosi, strade scoscese , baratri e cime da conquistare…… chissà perché non impariamo dai bambini che sanno tanto bene come fare, beati loro…….Sono quello che sono e basta, come una rosa è una rosa e non può essere una margherita….

In fondo la disperazione della solitudine , quella di non riuscire a condividere emozioni , fragilità così grandi che ti annichiliscono, e sanno di follia, è una solitudine apparente, ora lo capisco. Per molto tempo credi fermamente che il tuo disagio sia unico, invece ora sai che non è così, e che invece tutti noi, senza distinzione alcuna, viviamo questo esistenziale smarrimento.

Perché di fronte al mistero della Vita tutti ci sentiamo piccoli e soli.

E’ così: siamo tutti bambini e non smettiamo nemmeno un momento di esserlo, malgrado ce ne dimentichiamo .
E non comprendiamo mai quando succede. Qual è la frase, la situazione, l’immagine o il gesto che ti fa decidere di metterti un vestito non tuo?
E allora ecco che dimentichiamo la spontaneità, la strafottenza e la baldanza e chissà quanto altro…..tutto quello che viene dall’infischiarsene del giudizio altrui .
Ma in fondo, “dentro”, a dispetto di tutto , quel bambino vive sempre e ci parla adesso come ci ha sempre parlato in tanti anni in cui siamo stati sordi e distanti e distratti……
Per questo dovremmo dare un gran fastidio, creare turbamento, scompigliare tempi , disorganizzare spazi e rompere silenzi, mantenendo sempre un sottile, palpabile , ironico filo di incoerenza.