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L’AMBIVALENZA DELLA MEMORIA



Stranezza del ricordo.

Esso ci appartiene e definisce la nostra identità.

Sulla base del ricordo noi prendiamo i riferimenti fondamentali del nostro Io, ma i ricordi sono anche un bagaglio della mente, in fondo un qualcosa che non c’è più e non si sa mai bene se ci sia stato nei termini in cui noi crediamo. Questo filtraggio del ricordo ci fa selezionare le immagini, le sensazioni e scartarne altre, magari meno nobili, meno piacevoli, meno gratificanti.
Scavare nel ricordo è un bel lavoro, soprattutto scavare nelle emozioni che abbiamo rimosso.

Scopro che ce ne sono molte, specie quando si dice:”Non mi ricordo”.

Qui vige una specie di vigliaccheria a posteriori, una fuga meschina che però ci fa anche dimenticare parti intere di noi. Sono, è vero, “non ricordi” ma altresì deformanti, vuoti che però ci hanno forgiato e chissà dove sono andati a riempire.

Il nostro sguardo è importante,proprio come quando cerchi un oggetto, apri il cassetto e l’oggetto è lì, proprio lì dove è sempre stato. E tu non lo vedi.
Se potessi modificare i miei ricordi, proprio come sostituire un “software” interno, mi chiedo , cosa sarei?
E in fondo il ricordo, non è proprio un bel “software” che mi sono costruita nel tempo, tra realtà e fantasia?
Mi vengono in mente coloro che hanno una amnesia totale e non sanno più niente di sé.
Non sarebbe oltre ad una terribile perdita di identità, anche una magnifica opportunità di liberazione di un Sé veramente autentico?

Mi viene in mente un libro che ho letto tempo fa.

Si intitola”Liberarsi dal conosciuto” di Krishnamurti.

Mi sa che lo vado a rileggere.

IL PESCATORE E LA SUA ANIMA




Tutte le sere il giovane Pescatore usciva in mare, e gettava in acqua le sue reti.
Una sera nella rete trovò una piccola Sirena addormentata.
Era bellissima, e il giovane Pescatore la tirò a sé e la tenne stretta fra le braccia.
Ella emise un grido «Ti prego, lasciami andare, perché sono l'unica figlia di un Re, e mio padre è anziano e solo».
«Devi promettermi che verrai a cantare per me, perché i pesci amano ascoltare il canto del Popolo del Mare, e così le mie reti saranno piene» rispose il Pescatore.
E lei promise.
Ogni sera lei spuntava dall'acqua e cantava per lui. E quando la sua barca era ben carica, la Sirena scivolava di nuovo dentro il mare, sorridendogli.
Però non gli veniva mai abbastanza vicino perché egli potesse toccarla.
Tanto dolce era la sua voce, che col tempo lui dimenticò le sue reti, e trascurava il suo lavoro. E una sera le disse: «Piccola Sirena, io ti amo. Prendimi come tuo sposo».
Ma la Sirena scosse il capo «Tu hai un'anima umana, – rispose - se allontanassi la tua anima, allora potrei amarti».
E il giovane Pescatore si disse: «A che cosa mi serve la mia anima? Non posso vederla. Non posso toccarla. Non la conosco. Certo che l'allontanerò».
Ma non sapeva come. Allora andò alla casa del Prete. E il prete si picchiò il petto, e rispose: «Ahimè, tu sei pazzo. Non c'è cosa più preziosa di un'anima umana, e nulla sulla terra può esserle paragonata. Vale tutto l'oro del mondo».
Gli occhi del giovane Pescatore si riempirono di lacrime alle parole del Prete. «Nella mia rete ho catturato la figlia di un Re. Per il suo corpo darei la mia anima, e per il suo amore rinuncerei al cielo. Dimmi quello che ti chiedo, e lasciami andare».
«Vattene!» gridò il prete.
E il giovane Pescatore andò nella piazza del mercato, ma i mercanti lo schernirono, e dissero: «A che ci serve l’anima di un uomo? Non vale un pezzetto d’argento».
«Che cosa strana è questa! Il Prete mi dice che l’Anima vale tutto l’oro del mondo, e i mercanti dicono che non vale un pezzetto d’argento» pensava il Pescatore.
Decise di andare dalla Strega dai capelli rossi.
«Che cosa ti manca? – gridò lei - Dimmi il tuo desiderio, e te lo darò, e tu mi pagherai un prezzo, bel ragazzo».
«Qualunque sia il tuo prezzo, lo pagherò: voglio allontanare da me la mia anima» disse il giovane Pescatore.
La Strega impallidì: «Bel ragazzo – mormorò - questa è una cosa terribile a farsi».
«Non m'importa niente della mia anima» rispose il giovane Pescatore.
«Se ti dirò come fare» chiese la Strega «in cambio devi danzare con me. Questa notte tu devi venire sulla cima del monte. – sussurrò - È un Giorno Santo, e Lui sarà là».
«Chi?» chiese il Pescatore.
«Non importa. - rispose lei - Quando la luna sarà piena danzeremo insieme sull'erba».
«E mi dirai ciò che voglio?» domandò lui.
«Te lo giuro» rispose.
A mezzanotte danzarono vorticando finché al Pescatore cominciò a girare la testa. Vide che all’ombra di una roccia c’era una figura che prima non c'era.
Senza sapere perché, il Pescatore si fece il segno della croce, e invocò il santo nome. Le streghe stridettero come falchi e volarono via, ma lui riuscì ad afferrare la Strega dai capelli rossi.
«Devi dirmi il segreto e mantenere la promessa!».
«Sia» ella mormorò. E si tolse dalla cinta un coltellino dall'impugnatura di verde pelle di vipera, e glielo diede.
«Quello che gli uomini chiamano ombra del corpo non è l'ombra del corpo, bensì il corpo dell'anima. Fermati sulla riva del mare con le spalle alla luna, e taglia via dai piedi la tua ombra, che è il corpo della tua anima, e di' alla tua anima di lasciarti, e lei lo farà. …Vorrei non avertelo detto» e si aggrappò alle sue ginocchia piangendo.
Lui la spinse lontano da sé e la lasciò nell'erba rigogliosa. Con il coltello nella cintola scese dal monte. Si fermò sulla sabbia con la luna alle spalle.
E la sua Anima lo supplicò di non farlo, ma inutilmente, e alla fine gli disse «Se davvero devi allontanarmi da te, non mandarmi via senza un cuore. Il mondo è crudele, dammi il tuo cuore da portare con me».
«Con cosa potrei amare il mio amore se dessi il mio cuore a te?» esclamò.
«Non potrei amare anch'io?» chiese la sua Anima.
«Vattene, perché non ho bisogno di te» gridò il giovane Pescatore, e prese il coltellino e tagliò via l'ombra dai piedi, e l'ombra si levò in piedi davanti a lui, e lo guardò, ed era esattamente uguale a lui.
Il giovane Pescatore indietreggiò con passo incerto, si cacciò il coltello nella cintola, e un senso di sgomento lo invase.
«Una volta all'anno verrò in questo luogo, e ti chiamerò» disse l'Anima.
Il giovane Pescatore si tuffò nell'acqua, e la piccola Sirena venne su a incontrarlo, gli mise le braccia attorno al collo e lo baciò.

E dopo un anno l'Anima scese alla riva del mare e chiamò il giovane Pescatore. «Vieni più vicino, così che possa parlarti, perché ho visto cose meravigliose. Quando ti ho lasciato mi sono diretta a Oriente e ho viaggiato. Dall'Oriente viene tutto quello che è saggio.
Là ho trovato lo Specchio della Saggezza. Lasciami entrare di nuovo dentro di te, e la Saggezza sarà tua. Lascia che io entri in te, e nessuno sarà saggio al pari di te».
Ma il giovane Pescatore rise. «L'Amore è meglio della Saggezza» esclamò «e la piccola Sirena mi ama».
«Non c'è niente di meglio della Saggezza» disse l'Anima.
«L'Amore è meglio» rispose il giovane Pescatore, e si tuffò nel profondo, e l'Anima se ne andò piangendo.
Alla fine del secondo anno l'Anima scese alla riva dei mare «Vieni più vicino, così che possa parlarti, perché ho visto cose meravigliose. Quando ti ho lasciato, mi sono diretta a Sud e ho viaggiato. Dal Sud viene tutto ciò che è prezioso. Là ho trovato l'Anello delle Ricchezze. Colui che ha questo Anello è più ricco di tutti i re del mondo. Vieni a prenderlo, e le ricchezze del mondo saranno tue».
Ma il giovane Pescatore rise «L'Amore è meglio delle Ricchezze» esclamò «e la piccola Sirena mi ama».
«Non c'è niente di meglio delle Ricchezze» disse l'Anima.
«L'Amore è meglio» rispose il giovane Pescatore, e si tuffò nel profondo, e l'Anima si allontanò piangendo.
Alla fine del terzo anno l'Anima scese alla sponda del mare «Vieni più vicino, così che possa parlarti, perché ho visto cose meravigliose».
E l'Anima gli disse: «In una città che conosco c'è una fanciulla dal volto velato che ha danzato davanti a noi. I suoi piedi erano nudi. Non ho mai visto niente di tanto meraviglioso, e la città è a un giorno di viaggio da qui».
Il giovane Pescatore ricordò che la piccola Sirena non aveva piedi e non poteva danzare. E lo prese un grande desiderio.
E la sua Anima gridò di gioia, e gli corse incontro, ed entrò dentro di lui, e il giovane Pescatore vide distesa davanti a lui sulla sabbia quell'ombra del corpo che è il corpo dell'Anima.
E la sua Anima gli disse «Non indugiamo, andiamo via di qui, presto, perché gli Dei del Mare sono gelosi, e hanno mostri che obbediscono ai loro ordini».
Viaggiarono a lungo, e durante il cammino l’Anima spinse il Pescatore a compiere molte azioni malvagie, perfino ad uccidere un uomo per derubarlo.
«Detesto tutto quello che mi hai fatto fare» gridò il giovane Pescatore «E odio anche te. Perché hai agito con me in questo modo?».
E la sua Anima gli rispose «Quando mi hai mandato nel mondo non mi hai dato cuore, così ho imparato a fare tutte queste cose e ad amarle».
«No!» gridò «Non voglio avere niente a che fare con te, perciò ti caccerò via, subito». E voltò le spalle alla luna, e col coltellino dal manico di pelle verde di vipera lottò per tagliare via dai suoi piedi quell'ombra del corpo che è il corpo dell'Anima.
Ma la sua Anima gli disse «Colui al quale viene restituita l'Anima, deve tenerla con sé per sempre, e questa è la sua punizione e il suo premio».
Ma il giovane Pescatore non rispose alla sua Anima, e tornò al luogo da cui era venuto, fino alla piccola baia dove lei, il suo amore, era solita cantare. In una spaccatura della roccia si costruì una casa. E ogni mattina chiamava la Sirena, e ogni mezzogiorno la chiamava ancora, e ogni notte pronunciava il suo nome. Ma mai ella sorse dal mare a incontrarlo, né in alcun luogo del mare egli riuscì a trovarla.
L’Anima lo supplicava di entrare nel suo cuore.
«Ahimè!» gridò la sua Anima «non trovo entrata, così circondato dall'amore è questo tuo cuore».
E mentre parlava si levò un gran grido di dolore dal mare, il grido che gli uomini sentono quando muore qualcuno del Popolo del Mare. E il giovane Pescatore saltò su, e lasciò la sua casa di canne, e corse giù alla spiaggia. E le onde nere venivano veloci alla sponda, sostenendo un fardello più bianco dell'argento. Il giovane Pescatore vide il corpo della piccola Sirena: era disteso morto ai suoi piedi.
Piangendo come chi è colpito dal dolore egli si gettò a terra accanto ad esso, e baciò il freddo rosso della bocca. Si gettò accanto ad esso sulla sabbia, piangendo se lo teneva stretto al petto. E alla cosa morta egli fece una confessione. Nelle conchiglie delle sue orecchie versò il vino aspro della sua storia. Amara era la sua gioia, e pieno di una strana felicità era il suo dolore.
«Fuggi» disse la sua Anima «poiché il mare si avvicina e se indugi ti ucciderà. Fuggi, poiché io ho paura, vedendo che il tuo cuore mi è inaccessibile a causa della grandezza del tuo amore. Fuggi fino a un luogo sicuro. Non vorrai certo mandarmi senza cuore in un altro mondo?»
Ma il giovane Pescatore non ascoltò la sua Anima, ma chiamò la piccola Sirena e disse «L'Amore è migliore della saggezza, e più prezioso della ricchezza, e più bello dei piedi delle figlie degli uomini. I fuochi non possono distruggerlo, né le acque dissetarlo. Ti ho chiamata, e tu non hai risposto al mio richiamo. Perché crudelmente ti avevo lasciata, e con mio danno sono andato lontano. Però mai il tuo amore si è affievolito dentro di me, è sempre stato forte, e niente ha potuto prevalere contro di lui, benché io abbia conosciuto il male e abbia conosciuto il bene. E ora che tu sei morta, anch'io certamente morirò con te».
E la sua Anima lo pregò di partire, ma lui non volle, tanto grande era il suo amore. E il mare si fece più vicino, e cercò di coprirlo con le sue onde, e quando egli si rese conto che la fine era vicina baciò con folli labbra le fredde labbra della Sirena, e il cuore che era dentro di lui si spezzò. E nel momento in cui il suo cuore si schiantò attraverso la pienezza del suo amore, l'Anima trovò un ingresso e vi entrò, e fu tutt'uno con lui come prima. E il mare coprì il giovane Pescatore con le sue onde.
E al mattino il Prete uscì a benedire il mare, perché era stato agitato. E quando il Prete raggiunse la costa vide il giovane Pescatore giacere annegato nella spuma, e stretto fra le sue braccia c'era il corpo della piccola Sirena. Ed egli si ritrasse e gridò: «Non benedirò il mare né nulla che si trovi in esso. Maledetto sia il Popolo del Mare, e maledetti siano tutti coloro che hanno traffici con esso. Prendete il suo corpo e il corpo della sua amante, e seppelliteli all'angolo del Campo dei Follatori, e non ponete alcun segno su di essi. Poiché maledetti sono stati in vita, e maledetti saranno anche da morti».
E la gente fece come aveva ordinato.
Alla fine del terzo anno, durante un giorno sacro, il Prete salì alla cappella, per mostrare alla gente le ferite del Signore, e parlare loro della collera di Dio.
Ma sull'altare c’erano strani fiori mai visti prima: la loro bellezza lo turbò, e il loro profumo era dolce per le sue narici, e si sentì felice, e non capiva perché lo fosse.
«Che fiori sono quelli che stanno sull'altare, e da dove provengono?»
«Che fiori siano non lo sappiamo, - gli risposero - ma vengono dall'angolo del Campo dei Follatori». E il Prete tremò, e tornò alla sua casa e pregò.
E all'alba andò sulla riva del mare, e benedì il mare, e tutte le cose selvagge che vi si trovano. Egli benedì tutte le cose del mondo di Dio, e la gente fu piena di gioia e di meraviglia.
Però mai più nell'angolo del Campo dei Follatori crebbero fiori di alcun tipo, ma il campo rimase sterile come prima. Né il Popolo del Mare venne più nella baia, poiché andò in un'altra parte del mare.

di Oscar Wilde

INTERCONNESSIONI

“Da un punto di vista classico, siamo macchine e nelle macchine non c’è spazio per l’esperienza conscia. Non importa se la macchina muore: potete uccidere la macchina, rottamarla…non ha importanza. Se il mondo è così, la gente si comporterà in questo modo. Ma c’è un altro modo di pensare al mondo, che è…indicato dalla meccanica quantistica, che suggerisce che il mondo non è questa cosa simile ad un orologio, ma assomiglia di più ad un organismo, è qualcosa di simile ad un ORGANISMO PROFONDAMENTE INTERCONNESSO…CHE SI ESTENDE ATTRAVERSO LO SPAZIO E IL TEMPO.
Così da un punto di vista molto basilare che ha a che fare con la morale e l’etica, quello che penso influenza il mondo. In un certo senso questa è davvero la chiave per cui cambiare la visione del mondo è importante”.

Dean Radin, dal libro di William Arntz, Betsy Chasse e Mark Vicente :“What the Bleep Do We Know!?” - Macro Edizioni

“Se siamo soltanto dei piccoli orologi, soldatini a molla in un universo ticchettante, perchè dovrei preoccuparmi di ciò che accade fuori di me?
Ed è questo atteggiamento che fa si che sia facile bombardare la gente, esaurire le risorse e lasciare le generazioni future in un mondo indigente.
Per contro, SE ESTENDO I MIEI CONFINI NELLO SPAZIO E NEL TEMPO, è tutto diverso.
Praticamente significa che, invece di lasciare accesa la luce tutta la notte perché sono troppo pigro per spegnerla, penso alla quantità di carbone o di petrolio che è necessario bruciare per mantenere accesa quella luce,e poi al costo industriale della sua fabbricazione e al buco dell’ozono e come nel giro di tre generazioni non rimarrà più nessuno.

E’ incredibile come la gente si preoccupi per tutto il giorno del pasto successivo senza preoccuparsi affatto di quello che si mangerà fra cento anni.
Gli alci che pascolano nel mio prato si spostano da un campo all’altro , senza mai mangiare TUTTI i semi.
E non portano nemmeno l’orologio.”

William Arntz dal libro di dal libro di William Arntz, Betsy Chasse e Mark Vicente :“What the Bleep Do We Know!?” - Macro Edizioni



I PANNI SPORCHI


Ibiskos Editrice Risolo - Empoli 2008, pp.160 romanzo d'esordio di Maurizio Centi.

Ho trovato di una semplicità disarmante questo romanzo di Maurizio Centi, una trama che ricorda certi sceneggiati in bianco e nero della TV. Mi sono ritrovata inaspettatamente, dopo un inizio descrittivo dell’ambientazione che poteva sembrarmi in un primo momento un po’ troppo “sonnacchiosa”, forse un po’ troppo ricercata, a non vedere l’ora di avere un momento libero per poter finire la lettura.
Infatti l’intreccio ad un certo punto si innalza e prende il volo, e la storia procede fluida, leggera e piacevole, leggere torna ad essere finalmente un godibile e piacevole intrattenimento, quello che ti fa immergere nelle pagine di un libro e che non ti fa accorgere dello scorrere del tempo.
Ma non solo. La storia misteriosa che mano a mano si dipana come una matassa ingarbugliata , fa sfilare tutta una serie di personaggi da “romanzo”, dipinti la con benevolente e la simpatica supervisione dell’autore che sembra occhieggiare quasi sornione ai tratti caratteriali, appena sfumati ma efficaci, semplici ed essenziali, dei protagonisti.
Al tutto si aggiunge il sale di un “mistero”, di un enigma sedimentatosi nel tempo, una sparizione misteriosa, a cui se ne accompagna un’altra, una coincidenza che potrebbe sembrare casuale. Ma il senso di tutta la storia si rivela lentamente, e una pagina dopo l’altra si apre uno spiraglio in più che accompagna il lettore verso la chiarificazione finale.
La sofferenza che sottintende le vicende dei personaggi coinvolti non è mai drammatica ma espressa con una misura ed una riservatezza che ne trasmette il senso di una sobria compostezza.
Sembra quasi di aver spiato da un buco della serratura una realtà un pò trasognata, quasi onirica, nonostante il realismo del dialetto marchigiano e mi sono trovata a dispiacermi di dover lasciare il parroco, Don Luigi, o il Commissario Govi, la cagnetta Bella , donna Lucrezia al loro destino , la tenuta dei Casalvieri con i campi che si distendono a perdita d’occhio, e quella realtà raggomitolata un po’ in sè stessa, in cui le vicende individuali si intrecciano saldamente con quelle di tutta la collettività , dove tutti in diversa misura partecipano alle storie di ognuno.
Mi rimane il senso di una leggera malinconica bellezza, come una foto sbiadita, di una storia e di uno spazio fuori dal tempo, che non smette di esistere, neanche dopo aver chiuso il libro.

COME UNA MUSICA CHE SI DISSOLVE


Sono stata rapita da questa storia, la seconda che leggo, di Maxence Fermine.
E’ una vera storia, un vero racconto.
Come una musica, più che leggerla, si ascolta. Forse ci vorrebbe qualcuno che ce la racconti, come proveniente da una voce fuori campo e che ci lasci così, attoniti, allo stesso modo di una melodia che ci rapisce e da cui non possiamo tornare indietro. Come l’opera che Johannaes Karelsky vuole comporre, che nel momento in cui viene terminata, dopo trentun anni, non sarà alla fine nè udita né cantata . Sembra che tutto si faccia e poi si dissolva, come Venezia che impazza nel suo carnevale , fra maschere, follie, danzatori e commedianti e poi decade irrimediabilmente, allo stesso modo di Erasmus quando riesce a realizzare il suo folle progetto: la costruzione di un violino nero come gli occhi e i capelli, la voce e il corpo di Carla, la sua Musa, la sua Dea veneziana, irraggiungibile e inafferrabile. La Donna diventa non solo ispiratrice ma lei stessa "è" musica. Una musica sublime per cui si resta stregati e alla quale si rimane irrimediabilmente e per sempre incatenati.
Ma proprio quando il violino viene finalmente realizzato, la Dea viene portata via da un male misterioso, come se il violino stesso le avesse tolto l’anima. Tutto sparisce e rimangono le immagini irreali di un sogno, una musica di cui risuonano solo le vibrazioni dentro il cuore.

Non sopravvive nulla di questa storia: né il violino, né Carla, né Erasmus , né l’opera di Johannes, né Johannes . E’ una storia che si sgretola nel suo stesso svolgersi, come Venezia sotto l'acqua alta, una musica che si dissolve dopo aver vibrato solo per un breve attimo.
Perché l’opera vera è quella che si vive, dentro di noi. Tutto ciò che è fuori svanisce irrimediabilmente non appena prende vita.
Viene da chiedersi se ciò che esprimiamo non muoia, secondo l’autore, nel momento esatto in cui viene portato “fuori” di noi e se ciò non sia la fonte del nostro esistenziale dolore.
Ma noi rimarremo in ascolto di questa storia ancora per molto, facendoci rapire, portare via , come un vento che ci solleva in alto, e poi vertiginosamente ci fa cadere giù e toccare terra, per tutte le infinite volte che la ascolteremo.

Come quelle favole che da bambini non ci stanchiamo mai di sentirci raccontare di nuovo dall’inizio. E di cui non accettiamo che venga modificata una sola parola.
Come una partitura di cui non possiamo variare una sola nota.
Una nota struggente di violino.

Maxence Fermine – Il violino nero – 2001 Bompiani

IL BIANCO DI MAXENCE


Abbacinata rimango dalle parole di questo libro, come uscita da un mondo ovattato, sospeso e incantato.
Non è un racconto ma un sogno o una leggenda. Non scorre, ma ci rende veramente “funamboli” come se lo attraversassimo in un equilibrio sottile. Il bianco ferma il tempo, e ci restituisce candida semplicità, lentezza e soprattutto essenzialità.
L’assenza di colore è essenza, mai mancanza. Nessuno dei personaggi è distratto dalla propria vocazione, portando a compimento il proprio destino. E quei paesaggi leggendari li ritroviamo dentro di noi, incontaminati, rimandano la nostra fanciulla purezza, quella “neve” che fiocca nella nostra Anima, resistendo ai colori del tempo e dell’età.
Ci insegna l’assoluto, a noi così relativi e cangianti, così troppo indulgenti, così cedevoli e fragili.

Maxence Fermine - “NEVE”

PIERRE SANSOT


"IL PASSATO NON E' QUALCOSA CHE MI SOTTRAE DAL PRESENTE PER LAMENTARMENE E TENERGLI IL BRONCIO. APPARTIENE ALL'ISTANTE CHE STO VIVENDO. GLI DA' SPESSORE. I MIEI RICORDI NON SUSCITANO IN ME RIMPIANTO, MA STUPORE E GRATITUDINE. MI E' STATO DATO MOLTO DI PIU' DI QUEL CHE MERITASSI, A TAL PUNTO CHE A VOLTE MI DOMANDO SE NON DOVREI RESTITUIRE CIO' CHE MI E' STATO ACCORDATO INDEBITAMENTE.
CONTINUO A LUSTRARE QUEGLI ISTANTI PERFETTI. LA LORO DOLCEZZA AUMENTA. QUANDO MI CAPITA DI ATTRAVERSARE UN BRUTTO PERIODO, POSSO SEMPRE ANDARLI A CERCARE NEL GRANAIO DELLA MEMORIA. FORSE UN GIORNO NON AVRO' PIU' FIATO PER SALIRE LA SCALA CHE MI PORTA SIN LASSU'. IN MANCANZA DI QUESTE SEMENTI, SARA' COME DANZARE CON LA PANCIA VUOTA DAVANTI A UNA CREDENZA CHIUSA A DOPPIA MANDATA".


Titolo:

"QUEL CHE RESTA"
L'importanza della memoria

2008- TROPEA EDIZIONI


Non ho ancora letto questo libro, ma l'ho sentito subito mio per questo stralcio che avrei potuto scrivere di mio pugno, per quanto mi sono riconosciuta in queste parole.
Credo che qualcun altra la pensi come me....

IL MATTO , IL "MITO DI ER” E L’OBLIO DELLA NOSTRA PIENEZZA….


Non ho ancora finito di leggerlo, anzi l’ho appena cominciato, ma consiglio a chi non l’ha ancora fatto, di tuffarsi nelle pagine di questo libro, che pur essendo una critica incalzante ad una obsoleta psicologia, è un testo che ci parla della poesia , della bellezza, del mito e che ci fa ricordare.
Che cosa? Che siamo unici e speciali, venuti al mondo portando con noi qualcosa di fondamentale, un “gioiello” che è solo nostro, che ha determinato il progetto della nostra nascita, e che fa si che la nostra vita abbia un senso.
Il concetto fondamentale è che noi non evolviamo, semmai sviluppiamo un’immagine già tutta presente fin dall’inizio, una immagine innata, completa, l’idea cioè che ciascuno di noi è il portatore di una unicità già presente e che non chiede altro di essere vissuta e che preme per venire fuori, per esprimersi, la "ghianda" appunto.
L’idea nasce dal “Mito di Er” che Platone pone alla fine della sua Repubblica. Cita Hillman: ”Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. E’ il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino…..E Platone racconta quel mito affinché non dimentichiamo; infatti come spiega nelle ultimissime righe, salvando il mito potremo salvare noi stessi e prosperare.”
Questo compagno, questo che i greci chiamano daimon, i latini genius e i cristiani angelo custode, è quello che unico ricorda il mito di Platone e che risuona ogni volta che ci imbattiamo nell’occasione che può svegliare questo talento che racchiudiamo dentro di noi e che ci orienta nella nostra vita, finchè un bel giorno non lo “riscopriamo”.
Hillmann compie una carrellata attraverso personaggi famosi, spiegandoci come questa “vocazione” può spaziare da chiamate innocue come la scrittrice francese Colette, passando attraverso Francisco Franco o al successo unito alla “perdizione” di Judy Garland, ma tutti questi personaggi estremi rappresentano l’emblema di come , senza alcun giudizio, si possa realizzare nel bene e nel male fino in fondo il proprio destino.
Chi di noi di fronte ad un evento, ascoltando un concerto, guardando un film, leggendo una biografia, non ha colto l’estrema bellezza di qualsiasi storia e non ha sentito risuonare dentro si sé, che oltre a quello che fa nella banale quotidianità, è anche “altro”? Chi di noi ricorda quella valigetta che portò alla nascita con il proprio talento? Il senso della vita è questo: il nostro eterno cercare, che ci solleticherà, ci tormenterà, ci morderà, finchè non troviamo la nostra unica irripetibile Verità, assoluta in se stessa.
La carta del Matto dei Tarocchi mi ricorda questo Mito: un personaggio, spesso di età indefinibile, (potrebbe essere indifferentemente un vecchio o un bambino) ad indicare il suo eterno incedere nell’instancabile ricerca e l’energia infantile che la sostiene. Ha un fardello sulla spalla, proprio quelle potenzialità, quella “ghianda”, quella valigetta con cui è venuto al mondo, un fardello leggero, perché ha lasciato ormai tutto ciò che è superfluo. Ha tenuto con sé l’essenziale, le sue risorse. E’ vestito colorato, da “matto”, perché ha raggiunto quella profondità interiore da renderlo libero dai giudizi del mondo. Cammina senza meta, quasi volando, perché il mondo è la sua casa. Ha il numero 0 , perché indica il tutto e il nulla, comprende la totalità e la libertà di associarsi a qualsiasi altro numero e diventare infinito. Non può accontentarsi di una vita mediocre, perché vuole andare “oltre”, superare i propri confini, siano essi reali, oppure simbolici, per sconfinare nell’immaginazione, oltre il possibile. E’ felice perché non ha niente da perdere. Un cane (a volte qualche altro insolito animale) gli morde i polpacci : è una forza incontrollata e istintiva che non smette di spronarlo, di spingerlo imperativamente ad andare avanti nel sentiero, è proprio quel “daimon”, quella guida, che per tutto il tragitto non smetterà di ricordagli ciò che ha dimenticato venendo al mondo: in qualsiasi luogo si trovi, ovunque vada, non ci sarà mai sosta all’eterna ricerca di quello che è il suo magico potere, il suo talento innato, la sua bellezza intrinseca.

Non posso non citare questo brano: “ I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo ai quali sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, semi di quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere i bambini contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.”


James Hillman “Il Codice dell’Anima” - Adelphi