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IL PESCATORE E LA SUA ANIMA




Tutte le sere il giovane Pescatore usciva in mare, e gettava in acqua le sue reti.
Una sera nella rete trovò una piccola Sirena addormentata.
Era bellissima, e il giovane Pescatore la tirò a sé e la tenne stretta fra le braccia.
Ella emise un grido «Ti prego, lasciami andare, perché sono l'unica figlia di un Re, e mio padre è anziano e solo».
«Devi promettermi che verrai a cantare per me, perché i pesci amano ascoltare il canto del Popolo del Mare, e così le mie reti saranno piene» rispose il Pescatore.
E lei promise.
Ogni sera lei spuntava dall'acqua e cantava per lui. E quando la sua barca era ben carica, la Sirena scivolava di nuovo dentro il mare, sorridendogli.
Però non gli veniva mai abbastanza vicino perché egli potesse toccarla.
Tanto dolce era la sua voce, che col tempo lui dimenticò le sue reti, e trascurava il suo lavoro. E una sera le disse: «Piccola Sirena, io ti amo. Prendimi come tuo sposo».
Ma la Sirena scosse il capo «Tu hai un'anima umana, – rispose - se allontanassi la tua anima, allora potrei amarti».
E il giovane Pescatore si disse: «A che cosa mi serve la mia anima? Non posso vederla. Non posso toccarla. Non la conosco. Certo che l'allontanerò».
Ma non sapeva come. Allora andò alla casa del Prete. E il prete si picchiò il petto, e rispose: «Ahimè, tu sei pazzo. Non c'è cosa più preziosa di un'anima umana, e nulla sulla terra può esserle paragonata. Vale tutto l'oro del mondo».
Gli occhi del giovane Pescatore si riempirono di lacrime alle parole del Prete. «Nella mia rete ho catturato la figlia di un Re. Per il suo corpo darei la mia anima, e per il suo amore rinuncerei al cielo. Dimmi quello che ti chiedo, e lasciami andare».
«Vattene!» gridò il prete.
E il giovane Pescatore andò nella piazza del mercato, ma i mercanti lo schernirono, e dissero: «A che ci serve l’anima di un uomo? Non vale un pezzetto d’argento».
«Che cosa strana è questa! Il Prete mi dice che l’Anima vale tutto l’oro del mondo, e i mercanti dicono che non vale un pezzetto d’argento» pensava il Pescatore.
Decise di andare dalla Strega dai capelli rossi.
«Che cosa ti manca? – gridò lei - Dimmi il tuo desiderio, e te lo darò, e tu mi pagherai un prezzo, bel ragazzo».
«Qualunque sia il tuo prezzo, lo pagherò: voglio allontanare da me la mia anima» disse il giovane Pescatore.
La Strega impallidì: «Bel ragazzo – mormorò - questa è una cosa terribile a farsi».
«Non m'importa niente della mia anima» rispose il giovane Pescatore.
«Se ti dirò come fare» chiese la Strega «in cambio devi danzare con me. Questa notte tu devi venire sulla cima del monte. – sussurrò - È un Giorno Santo, e Lui sarà là».
«Chi?» chiese il Pescatore.
«Non importa. - rispose lei - Quando la luna sarà piena danzeremo insieme sull'erba».
«E mi dirai ciò che voglio?» domandò lui.
«Te lo giuro» rispose.
A mezzanotte danzarono vorticando finché al Pescatore cominciò a girare la testa. Vide che all’ombra di una roccia c’era una figura che prima non c'era.
Senza sapere perché, il Pescatore si fece il segno della croce, e invocò il santo nome. Le streghe stridettero come falchi e volarono via, ma lui riuscì ad afferrare la Strega dai capelli rossi.
«Devi dirmi il segreto e mantenere la promessa!».
«Sia» ella mormorò. E si tolse dalla cinta un coltellino dall'impugnatura di verde pelle di vipera, e glielo diede.
«Quello che gli uomini chiamano ombra del corpo non è l'ombra del corpo, bensì il corpo dell'anima. Fermati sulla riva del mare con le spalle alla luna, e taglia via dai piedi la tua ombra, che è il corpo della tua anima, e di' alla tua anima di lasciarti, e lei lo farà. …Vorrei non avertelo detto» e si aggrappò alle sue ginocchia piangendo.
Lui la spinse lontano da sé e la lasciò nell'erba rigogliosa. Con il coltello nella cintola scese dal monte. Si fermò sulla sabbia con la luna alle spalle.
E la sua Anima lo supplicò di non farlo, ma inutilmente, e alla fine gli disse «Se davvero devi allontanarmi da te, non mandarmi via senza un cuore. Il mondo è crudele, dammi il tuo cuore da portare con me».
«Con cosa potrei amare il mio amore se dessi il mio cuore a te?» esclamò.
«Non potrei amare anch'io?» chiese la sua Anima.
«Vattene, perché non ho bisogno di te» gridò il giovane Pescatore, e prese il coltellino e tagliò via l'ombra dai piedi, e l'ombra si levò in piedi davanti a lui, e lo guardò, ed era esattamente uguale a lui.
Il giovane Pescatore indietreggiò con passo incerto, si cacciò il coltello nella cintola, e un senso di sgomento lo invase.
«Una volta all'anno verrò in questo luogo, e ti chiamerò» disse l'Anima.
Il giovane Pescatore si tuffò nell'acqua, e la piccola Sirena venne su a incontrarlo, gli mise le braccia attorno al collo e lo baciò.

E dopo un anno l'Anima scese alla riva del mare e chiamò il giovane Pescatore. «Vieni più vicino, così che possa parlarti, perché ho visto cose meravigliose. Quando ti ho lasciato mi sono diretta a Oriente e ho viaggiato. Dall'Oriente viene tutto quello che è saggio.
Là ho trovato lo Specchio della Saggezza. Lasciami entrare di nuovo dentro di te, e la Saggezza sarà tua. Lascia che io entri in te, e nessuno sarà saggio al pari di te».
Ma il giovane Pescatore rise. «L'Amore è meglio della Saggezza» esclamò «e la piccola Sirena mi ama».
«Non c'è niente di meglio della Saggezza» disse l'Anima.
«L'Amore è meglio» rispose il giovane Pescatore, e si tuffò nel profondo, e l'Anima se ne andò piangendo.
Alla fine del secondo anno l'Anima scese alla riva dei mare «Vieni più vicino, così che possa parlarti, perché ho visto cose meravigliose. Quando ti ho lasciato, mi sono diretta a Sud e ho viaggiato. Dal Sud viene tutto ciò che è prezioso. Là ho trovato l'Anello delle Ricchezze. Colui che ha questo Anello è più ricco di tutti i re del mondo. Vieni a prenderlo, e le ricchezze del mondo saranno tue».
Ma il giovane Pescatore rise «L'Amore è meglio delle Ricchezze» esclamò «e la piccola Sirena mi ama».
«Non c'è niente di meglio delle Ricchezze» disse l'Anima.
«L'Amore è meglio» rispose il giovane Pescatore, e si tuffò nel profondo, e l'Anima si allontanò piangendo.
Alla fine del terzo anno l'Anima scese alla sponda del mare «Vieni più vicino, così che possa parlarti, perché ho visto cose meravigliose».
E l'Anima gli disse: «In una città che conosco c'è una fanciulla dal volto velato che ha danzato davanti a noi. I suoi piedi erano nudi. Non ho mai visto niente di tanto meraviglioso, e la città è a un giorno di viaggio da qui».
Il giovane Pescatore ricordò che la piccola Sirena non aveva piedi e non poteva danzare. E lo prese un grande desiderio.
E la sua Anima gridò di gioia, e gli corse incontro, ed entrò dentro di lui, e il giovane Pescatore vide distesa davanti a lui sulla sabbia quell'ombra del corpo che è il corpo dell'Anima.
E la sua Anima gli disse «Non indugiamo, andiamo via di qui, presto, perché gli Dei del Mare sono gelosi, e hanno mostri che obbediscono ai loro ordini».
Viaggiarono a lungo, e durante il cammino l’Anima spinse il Pescatore a compiere molte azioni malvagie, perfino ad uccidere un uomo per derubarlo.
«Detesto tutto quello che mi hai fatto fare» gridò il giovane Pescatore «E odio anche te. Perché hai agito con me in questo modo?».
E la sua Anima gli rispose «Quando mi hai mandato nel mondo non mi hai dato cuore, così ho imparato a fare tutte queste cose e ad amarle».
«No!» gridò «Non voglio avere niente a che fare con te, perciò ti caccerò via, subito». E voltò le spalle alla luna, e col coltellino dal manico di pelle verde di vipera lottò per tagliare via dai suoi piedi quell'ombra del corpo che è il corpo dell'Anima.
Ma la sua Anima gli disse «Colui al quale viene restituita l'Anima, deve tenerla con sé per sempre, e questa è la sua punizione e il suo premio».
Ma il giovane Pescatore non rispose alla sua Anima, e tornò al luogo da cui era venuto, fino alla piccola baia dove lei, il suo amore, era solita cantare. In una spaccatura della roccia si costruì una casa. E ogni mattina chiamava la Sirena, e ogni mezzogiorno la chiamava ancora, e ogni notte pronunciava il suo nome. Ma mai ella sorse dal mare a incontrarlo, né in alcun luogo del mare egli riuscì a trovarla.
L’Anima lo supplicava di entrare nel suo cuore.
«Ahimè!» gridò la sua Anima «non trovo entrata, così circondato dall'amore è questo tuo cuore».
E mentre parlava si levò un gran grido di dolore dal mare, il grido che gli uomini sentono quando muore qualcuno del Popolo del Mare. E il giovane Pescatore saltò su, e lasciò la sua casa di canne, e corse giù alla spiaggia. E le onde nere venivano veloci alla sponda, sostenendo un fardello più bianco dell'argento. Il giovane Pescatore vide il corpo della piccola Sirena: era disteso morto ai suoi piedi.
Piangendo come chi è colpito dal dolore egli si gettò a terra accanto ad esso, e baciò il freddo rosso della bocca. Si gettò accanto ad esso sulla sabbia, piangendo se lo teneva stretto al petto. E alla cosa morta egli fece una confessione. Nelle conchiglie delle sue orecchie versò il vino aspro della sua storia. Amara era la sua gioia, e pieno di una strana felicità era il suo dolore.
«Fuggi» disse la sua Anima «poiché il mare si avvicina e se indugi ti ucciderà. Fuggi, poiché io ho paura, vedendo che il tuo cuore mi è inaccessibile a causa della grandezza del tuo amore. Fuggi fino a un luogo sicuro. Non vorrai certo mandarmi senza cuore in un altro mondo?»
Ma il giovane Pescatore non ascoltò la sua Anima, ma chiamò la piccola Sirena e disse «L'Amore è migliore della saggezza, e più prezioso della ricchezza, e più bello dei piedi delle figlie degli uomini. I fuochi non possono distruggerlo, né le acque dissetarlo. Ti ho chiamata, e tu non hai risposto al mio richiamo. Perché crudelmente ti avevo lasciata, e con mio danno sono andato lontano. Però mai il tuo amore si è affievolito dentro di me, è sempre stato forte, e niente ha potuto prevalere contro di lui, benché io abbia conosciuto il male e abbia conosciuto il bene. E ora che tu sei morta, anch'io certamente morirò con te».
E la sua Anima lo pregò di partire, ma lui non volle, tanto grande era il suo amore. E il mare si fece più vicino, e cercò di coprirlo con le sue onde, e quando egli si rese conto che la fine era vicina baciò con folli labbra le fredde labbra della Sirena, e il cuore che era dentro di lui si spezzò. E nel momento in cui il suo cuore si schiantò attraverso la pienezza del suo amore, l'Anima trovò un ingresso e vi entrò, e fu tutt'uno con lui come prima. E il mare coprì il giovane Pescatore con le sue onde.
E al mattino il Prete uscì a benedire il mare, perché era stato agitato. E quando il Prete raggiunse la costa vide il giovane Pescatore giacere annegato nella spuma, e stretto fra le sue braccia c'era il corpo della piccola Sirena. Ed egli si ritrasse e gridò: «Non benedirò il mare né nulla che si trovi in esso. Maledetto sia il Popolo del Mare, e maledetti siano tutti coloro che hanno traffici con esso. Prendete il suo corpo e il corpo della sua amante, e seppelliteli all'angolo del Campo dei Follatori, e non ponete alcun segno su di essi. Poiché maledetti sono stati in vita, e maledetti saranno anche da morti».
E la gente fece come aveva ordinato.
Alla fine del terzo anno, durante un giorno sacro, il Prete salì alla cappella, per mostrare alla gente le ferite del Signore, e parlare loro della collera di Dio.
Ma sull'altare c’erano strani fiori mai visti prima: la loro bellezza lo turbò, e il loro profumo era dolce per le sue narici, e si sentì felice, e non capiva perché lo fosse.
«Che fiori sono quelli che stanno sull'altare, e da dove provengono?»
«Che fiori siano non lo sappiamo, - gli risposero - ma vengono dall'angolo del Campo dei Follatori». E il Prete tremò, e tornò alla sua casa e pregò.
E all'alba andò sulla riva del mare, e benedì il mare, e tutte le cose selvagge che vi si trovano. Egli benedì tutte le cose del mondo di Dio, e la gente fu piena di gioia e di meraviglia.
Però mai più nell'angolo del Campo dei Follatori crebbero fiori di alcun tipo, ma il campo rimase sterile come prima. Né il Popolo del Mare venne più nella baia, poiché andò in un'altra parte del mare.

di Oscar Wilde

INTERCONNESSIONI

“Da un punto di vista classico, siamo macchine e nelle macchine non c’è spazio per l’esperienza conscia. Non importa se la macchina muore: potete uccidere la macchina, rottamarla…non ha importanza. Se il mondo è così, la gente si comporterà in questo modo. Ma c’è un altro modo di pensare al mondo, che è…indicato dalla meccanica quantistica, che suggerisce che il mondo non è questa cosa simile ad un orologio, ma assomiglia di più ad un organismo, è qualcosa di simile ad un ORGANISMO PROFONDAMENTE INTERCONNESSO…CHE SI ESTENDE ATTRAVERSO LO SPAZIO E IL TEMPO.
Così da un punto di vista molto basilare che ha a che fare con la morale e l’etica, quello che penso influenza il mondo. In un certo senso questa è davvero la chiave per cui cambiare la visione del mondo è importante”.

Dean Radin, dal libro di William Arntz, Betsy Chasse e Mark Vicente :“What the Bleep Do We Know!?” - Macro Edizioni

“Se siamo soltanto dei piccoli orologi, soldatini a molla in un universo ticchettante, perchè dovrei preoccuparmi di ciò che accade fuori di me?
Ed è questo atteggiamento che fa si che sia facile bombardare la gente, esaurire le risorse e lasciare le generazioni future in un mondo indigente.
Per contro, SE ESTENDO I MIEI CONFINI NELLO SPAZIO E NEL TEMPO, è tutto diverso.
Praticamente significa che, invece di lasciare accesa la luce tutta la notte perché sono troppo pigro per spegnerla, penso alla quantità di carbone o di petrolio che è necessario bruciare per mantenere accesa quella luce,e poi al costo industriale della sua fabbricazione e al buco dell’ozono e come nel giro di tre generazioni non rimarrà più nessuno.

E’ incredibile come la gente si preoccupi per tutto il giorno del pasto successivo senza preoccuparsi affatto di quello che si mangerà fra cento anni.
Gli alci che pascolano nel mio prato si spostano da un campo all’altro , senza mai mangiare TUTTI i semi.
E non portano nemmeno l’orologio.”

William Arntz dal libro di dal libro di William Arntz, Betsy Chasse e Mark Vicente :“What the Bleep Do We Know!?” - Macro Edizioni



EROS O ...PTEROS?

" I mortali lo chiamano Eros alato,
gli immortali invece Pteros, perchè costringe a mettere le ali"


PLATONE

LIEVE

"Cosa lieve è il poeta, alata e sacra"

PLATONE - "JONE"

Gaston B A C H E L A R D



"Seul, la nuit, avec un livre éclairé par une chan­delle — livre et chandelle, double flot de lumière, contre les doubles ténèbres de l’esprit et de la nuit.
J'étudie ! Je ne suis que le sujet du verbe étudier.
Penser je n'ose.
Avant de penser, il faut étudier.
Seuls les philosophes pensent avant d'étudier.
Mais la chandelle s'éteindra avant que le livre difficile soit compris. Il faut ne rien perdre du temps de lumière de la chandelle, des grandes heures de la vie studieuse.
Si je lève les yeux du livre pour regarder la chandelle, au lieu d'étudier, je rêve".


GASTON BACHELARD "La flamme d'une chandelle"

PIERRE SANSOT


"IL PASSATO NON E' QUALCOSA CHE MI SOTTRAE DAL PRESENTE PER LAMENTARMENE E TENERGLI IL BRONCIO. APPARTIENE ALL'ISTANTE CHE STO VIVENDO. GLI DA' SPESSORE. I MIEI RICORDI NON SUSCITANO IN ME RIMPIANTO, MA STUPORE E GRATITUDINE. MI E' STATO DATO MOLTO DI PIU' DI QUEL CHE MERITASSI, A TAL PUNTO CHE A VOLTE MI DOMANDO SE NON DOVREI RESTITUIRE CIO' CHE MI E' STATO ACCORDATO INDEBITAMENTE.
CONTINUO A LUSTRARE QUEGLI ISTANTI PERFETTI. LA LORO DOLCEZZA AUMENTA. QUANDO MI CAPITA DI ATTRAVERSARE UN BRUTTO PERIODO, POSSO SEMPRE ANDARLI A CERCARE NEL GRANAIO DELLA MEMORIA. FORSE UN GIORNO NON AVRO' PIU' FIATO PER SALIRE LA SCALA CHE MI PORTA SIN LASSU'. IN MANCANZA DI QUESTE SEMENTI, SARA' COME DANZARE CON LA PANCIA VUOTA DAVANTI A UNA CREDENZA CHIUSA A DOPPIA MANDATA".


Titolo:

"QUEL CHE RESTA"
L'importanza della memoria

2008- TROPEA EDIZIONI


Non ho ancora letto questo libro, ma l'ho sentito subito mio per questo stralcio che avrei potuto scrivere di mio pugno, per quanto mi sono riconosciuta in queste parole.
Credo che qualcun altra la pensi come me....

IL MATTO , IL "MITO DI ER” E L’OBLIO DELLA NOSTRA PIENEZZA….


Non ho ancora finito di leggerlo, anzi l’ho appena cominciato, ma consiglio a chi non l’ha ancora fatto, di tuffarsi nelle pagine di questo libro, che pur essendo una critica incalzante ad una obsoleta psicologia, è un testo che ci parla della poesia , della bellezza, del mito e che ci fa ricordare.
Che cosa? Che siamo unici e speciali, venuti al mondo portando con noi qualcosa di fondamentale, un “gioiello” che è solo nostro, che ha determinato il progetto della nostra nascita, e che fa si che la nostra vita abbia un senso.
Il concetto fondamentale è che noi non evolviamo, semmai sviluppiamo un’immagine già tutta presente fin dall’inizio, una immagine innata, completa, l’idea cioè che ciascuno di noi è il portatore di una unicità già presente e che non chiede altro di essere vissuta e che preme per venire fuori, per esprimersi, la "ghianda" appunto.
L’idea nasce dal “Mito di Er” che Platone pone alla fine della sua Repubblica. Cita Hillman: ”Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. E’ il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino…..E Platone racconta quel mito affinché non dimentichiamo; infatti come spiega nelle ultimissime righe, salvando il mito potremo salvare noi stessi e prosperare.”
Questo compagno, questo che i greci chiamano daimon, i latini genius e i cristiani angelo custode, è quello che unico ricorda il mito di Platone e che risuona ogni volta che ci imbattiamo nell’occasione che può svegliare questo talento che racchiudiamo dentro di noi e che ci orienta nella nostra vita, finchè un bel giorno non lo “riscopriamo”.
Hillmann compie una carrellata attraverso personaggi famosi, spiegandoci come questa “vocazione” può spaziare da chiamate innocue come la scrittrice francese Colette, passando attraverso Francisco Franco o al successo unito alla “perdizione” di Judy Garland, ma tutti questi personaggi estremi rappresentano l’emblema di come , senza alcun giudizio, si possa realizzare nel bene e nel male fino in fondo il proprio destino.
Chi di noi di fronte ad un evento, ascoltando un concerto, guardando un film, leggendo una biografia, non ha colto l’estrema bellezza di qualsiasi storia e non ha sentito risuonare dentro si sé, che oltre a quello che fa nella banale quotidianità, è anche “altro”? Chi di noi ricorda quella valigetta che portò alla nascita con il proprio talento? Il senso della vita è questo: il nostro eterno cercare, che ci solleticherà, ci tormenterà, ci morderà, finchè non troviamo la nostra unica irripetibile Verità, assoluta in se stessa.
La carta del Matto dei Tarocchi mi ricorda questo Mito: un personaggio, spesso di età indefinibile, (potrebbe essere indifferentemente un vecchio o un bambino) ad indicare il suo eterno incedere nell’instancabile ricerca e l’energia infantile che la sostiene. Ha un fardello sulla spalla, proprio quelle potenzialità, quella “ghianda”, quella valigetta con cui è venuto al mondo, un fardello leggero, perché ha lasciato ormai tutto ciò che è superfluo. Ha tenuto con sé l’essenziale, le sue risorse. E’ vestito colorato, da “matto”, perché ha raggiunto quella profondità interiore da renderlo libero dai giudizi del mondo. Cammina senza meta, quasi volando, perché il mondo è la sua casa. Ha il numero 0 , perché indica il tutto e il nulla, comprende la totalità e la libertà di associarsi a qualsiasi altro numero e diventare infinito. Non può accontentarsi di una vita mediocre, perché vuole andare “oltre”, superare i propri confini, siano essi reali, oppure simbolici, per sconfinare nell’immaginazione, oltre il possibile. E’ felice perché non ha niente da perdere. Un cane (a volte qualche altro insolito animale) gli morde i polpacci : è una forza incontrollata e istintiva che non smette di spronarlo, di spingerlo imperativamente ad andare avanti nel sentiero, è proprio quel “daimon”, quella guida, che per tutto il tragitto non smetterà di ricordagli ciò che ha dimenticato venendo al mondo: in qualsiasi luogo si trovi, ovunque vada, non ci sarà mai sosta all’eterna ricerca di quello che è il suo magico potere, il suo talento innato, la sua bellezza intrinseca.

Non posso non citare questo brano: “ I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo ai quali sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, semi di quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere i bambini contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.”


James Hillman “Il Codice dell’Anima” - Adelphi

CONOSCENZA


"L’uomo, che come essere androgino era ancora perfetto nell’unità del paradiso, diede retta ai suggerimenti del serpente e volle ottenere la conoscenza……la conoscenza divenne per lui un veleno – e per questo solo la conoscenza stessa può essere per lui la medicina, perché “similia similibus curantur”…..l’Uomo si ammala per la polarità della conoscenza e spera nella guarigione….Solo la conoscenza della propria origine prima consente all’uomo di riconoscere il proprio fine. Il fine è la perfezione. La perfezione è l’espressione dell’unità. Questa unità noi la chiamiamo Dio”.

Thorwald Dethlefsen (“Il destino come scelta” Ed. Mediterranee):….”

LA CADUTA NEL TEMPO


"Se Dio ha potuto affermare di essere "Colui che è", l'uomo al contrario potrebbe definirsi "colui che non è". E proprio questa mancanza, questo deficit di esistenza, risvegliando per reazione la sua tracotanza, lo incita alla sfida o alla ferocia.
Avendo disertato le sue origini, barattato l'eternità con il divenire, maltrattato la vita proiettando in essa la propria giovane demenza, egli emerge dall'anonimato tramite un susseguirsi di rinnegamenti che fanno di lui un transfuga dell'essere"


EMILE CIORAN "LA CADUTA NEL TEMPO" - Adelphi - 1995

ALL'ORIGINE ERA IL CAOS E UN UOVO PIENO DI VENTO....

In principio c'era il Caos e la Notte e il buio Erebo e il vasto Tartaro;

non esisteva la terra, né l'aria, né il cielo. Nel seno sconfinato di Erebo

la Notte dalle ali di tenebra generò per prima un uovo pieno di vento.

Col volgere delle stagioni, da questo sbocciò Eros, fiore del desiderio:

sul dorso splendevano ali d'oro ed era simile al rapido turbine dei venti.

Congiunto di notte al Caos alato nella vastità del Tartaro,

egli covò la nostra stirpe, e questa fu la prima che condusse alla luce.

Neppure la stirpe degli immortali esisteva prima che Eros mescolasse insieme ogni cosa.

Quando l'uno con l'altro si accoppiarono, nacquero il cielo e l'oceano

e la terra, e la stirpe immortale degli dèi beati...


da ARISTOFANE --"GLI UCCELLI"

LA GENESI DI ATTAR

RIPORTO ANCORA STRALCI DI QUESTO TESTO STUPENDO , TRASUDANTE UNA RELIGIOSITA' E UNA DEVOZIONE CONTAGIOSI. IL MISTERO DELL'UNIVERSO, DI DIO, DELL'UOMO, IL SUO CAMMINO TRAVAGLIATO E LE MERAVIGLIE DELLA CREAZIONE.......UN DIO CHE APPARE NELLA SUA GRANDIOSITA' E NELLA SUA MISERICORDIA ATTRAVERSO LO STUPORE CHE SUSCITA NELL'ANIMA DELL'UOMO.


…………..Egli ha dato ai cieli il dominio e alla terra la dipendenza, ai cieli ha impresso un movimento perpetuo e alla terra un riposo uniforme.
Ha posto il firmamento sopra la terra, come una tenda senza pioli di sostegno. In sei giorni ha creato i sette pianeti, e con due lettere ha creato le nove cupole dei cieli.
Ha dorato i dadi delle stelle perché il cielo, durante la notte, potesse giocare al trictrac.
……………

All’idea di Dio lo spirito si sconcerta e l’anima si abbatte, a causa di Dio il cielo gira e la terra vacilla. Dal dorso del pesce alla luna ogni atomo attesta la Sua presenza. La profondità della terra e l’elevazione del cielo gli rendono particolare testimonianza.
…………….

Dio produsse il vento, la terra, il fuoco, il sangue e attraverso queste cose annuncia il Suo segreto.
Prese la terra, la impastò con l’acqua e dopo quaranta mattini vi pose l’anima, questa alla sua entrata nel corpo lo vivificò.
Il Suo trono è sull’acqua e il mondo nell’aria, ma, poiché tutto è Dio, lascia stare l’acqua e l’aria.
Il trono celeste e il mondo sono un talismano.

--------

In Te vedo chiaramente tutto l’universo, tuttavia non lo scorgo nel mondo. Tutti gli esseri sono marcati della Tua impronta ma non c’è visibilmente alcuna impronta di Te. Ti sei riservato il segreto della Tua esistenza.
Il sole ha perduto la ragione per amor Tuo e ogni notte strofina il suo orecchio sulla terra.
La luna, a causa del Tuo amore, si fonde e ogni mese svanisce nel suo stupore.
L’oceano avendo alzato le sue onde per proclamare la Tua gloria ha avuto il vestito bagnato e le labbra seccate.
……….
Quando l’anima fu unita al corpo, furono le parti e il tutto: mai si fece un talismano più meraviglioso.
L’anima ebbe in sorte l’elevazione e il corpo la bassezza terrestre, così si formò un amalgama di vile terra e di puro spirito.

Nell’unione di ciò che à elevato e di ciò che è basso, l’uomo fu il più stupefacente dei misteri.

Tuttavia nessuno ebbe la conoscenza di questo segreto e, difatti, esso non è affare da tutti.
Non sappiamo, non comprendiamo, non possiamo neanche disporre un po’ del nostro spirito. Qualsiasi cosa tu voglia dire, non hai migliore soluzione da prendere che il silenzio, poiché a questo riguardo nessuno saprebbe emettere neanche un sospiro
Molte persone conoscono la superficie di questo Oceano, ma ne ignorano la profondità.

In questa profondità c’è un tesoro e il mondo visibile è il talismano che lo protegge, ma questo talismano delle pastoie corporali sarà infine spezzato.
Troverai il tesoro quando il talismano sarà sparito e l’anima quando il corpo sarà scartato.
Ma la tua anima è un altro talismano ed è per questo mistero un’altra sostanza.


FARID-AD-DIN ATTAR "LA LINGUA DEGLI UCCELLI" un classico della letteratura sufi

SULLA DESCRIZIONE DELLA VALLE DELL'AMORE

"Continuò l'upupa: "Dopo la prima valle, si presenta quella dell'amore. Per entrarci bisogna immergersi completamente nel fuoco, anzi si deve essere fuoco, poichè altrimenti non ci si potrebbe vivere. Il vero amante deve essere uguale al fuoco, bisogna che abbia il viso infiammato e che sia cocente e impetuoso come il fuoco. Per amare non bisogna avere secondo fine,bisogna essere disposti a gettare volentieri nel fuoco cento mondi, non bisogna conoscere la fede nè l'infedeltà, non bisogna avere dubbi nè certezze.
In questa strada non ci sono differenze tra il bene e il male, con l'amore non esiste più il bene nè il male."
O tu che vivi nell'incuranza! Questo discorso non ti toccherà, tu lo respingi e i tuoi denti non possono morderlo. Colui che agisce lealmente gioca denaro contante, gioca la propria testa per unirsi al suo Amico. Gli altri si contenteranno della promessa che si farà loro per il domani, ma quello riceverà la cosa in denaro contante.
Se quello che s'impegna nella via spirituale non si consuma per intero, non potrà essere liberato dalla tristezza che l'opprime.
In questa valle l'amore è rappresentanto dal fuoco e il fumo è la ragione.
Quando l'amore viene la ragione fugge il più presto possibile.
La ragione non può coabitare con la follia dell'amore, l'amore non ha niente a che fare con la ragione umana.
Solamente se acquisterai dal mondo invisibile una vista veramente retta potrai conoscere la fonte dell'amore misterioso che ti annuncio.....Se possedessi la vista spirituale del mondo invisibile, anche gli atomi del mondo visibile ti sarebbero svelati, ma se guardi con l'occhio dell'intelligenza umana non comprenderai mai come si deve l'amore. Soltanto un uomo provato e libero può avvertire questo amore spirituale. Se tu non hai l'esperienza voluta non sei veramente innamorato, ma sei morto. Non sarai adatto all'amore.
Bisognerebbe che colui che si impegna in questa via abbia migliaia di cuori che vivono per amore, affinchè ad ogni istante possa sacrificarne a centinaia."


FARID AD-DIN 'ATTAR "LA LINGUA DEGLI UCCELLI" (1230 d.C.)
un classico della letteratura sufi.

JORGE LUIS BORGES

«Il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l'oblio.»

"A STELLA"

"Sebbene gli ingegni meschini
osino disprezzare l'Astrologia
E sciocchi pensino che
quei lumi di purissima luce
Non per altra causa siano
nati in Cielo
Se non per punteggiare
di lustrini il nero velo
della notte
Io so per quanto mi riguarda
che la natura è avveduta
E a grandi cause
corrispondono grandi effetti."

Sonetto di PHILIP SIDNEY - poeta del Rinascimento Inglese